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La poesia col significato di “fare”: discorso con Vittorio Zollo

Cosa succederebbe se si scoprisse un modo diverso di rapportarsi alla poesia? Da uno spazio statico, con lo Slam poetry, la parola poetica è in continuo movimento

Siamo abituati a vedere la poesia in un certo modo, la poesia è tensione attiva dell’inconscio, che talvolta si fossilizza meccanicamente celando a pochi il suo gusto, il suo suono. Ma cosa succederebbe se si scoprisse un modo diverso di rapportarsi ad essa? Nello Slam poetry accade che improvvisati artisti colpiscono l’uditorio a suono di parole sferzate, girotondi verbali cadenzati, ritmando la voce per estensione del corpo.

Il punto nodale è: la poesia –come qualcuno dice- avviene nell’atto stesso della lettura, è un ingranaggio momentaneo –se fallisce-, ma se penetra nell’intelletto, se la parola poetica diviene il canone per esprimere un sentimento indicibile, allora la poesia non è vana. Ma il mondo poetico, banalmente incanalato dai giovani e trapiantato automaticamente dal “Tanto gentile e tanto onesta pare” dantesco, fino ad arrivare al “e naufragar m’è dolce in questo mare” leopardiano, proseguendo con i poeti dai toni meno pacati, dall’anima già ridotta a spago sfilato “mi resta/quel nulla/di inesauribile segreto”(tipicamente ungarettiano), oggi, dal 1984 in un jazz club di Chicago, il Get Me High Lounge, la poesia diventa teatro esplicativo dell’anima.

Si tratta dello Slam poetry, manifestazione culturale in cui non si combatte, non si gareggia banalmente, ma ci si confronta, l’artista si condivide in uno spazio scenico con altri artisti in una coralità assolutamente dinamica. La poesia da spazio intimistico e statico, dall’essere una gabbia di solipsismi esasperati, si amplia e diventa luogo di commemorazione collettiva della quotidianità di ognuno. Ogni poeta ha a disposizione dai 3 ai 5 minuti per la sua performance, talvolta il tema è libero, altre viene imposto. Il pubblico è l’ideale referente dal quale vengono scelti cinque giudici.

E’ necessario concentrarsi sull’idea comune di Logos. La poesia, ποίησις (poiesis) col significato di “fare”, sa cogliere nel suo dinamismo espressivo forme varie, sempre affini alla capacità dell’uomo di trasformare in atto il vuoto che spesso si trascina dietro. Ne risulta che qualcosa si è rotto – nell’uomo contemporaneo- e probabilmente resterà a pezzi per sempre. Per cui il poeta può scegliere due strade: assopirsi nel suo testo o allontanarsi da esso.

“La poesia è la chemio, dice che cura la parte malata, ma ti avvelena il resto”. Un cambio di rotta da attribuire a Vittorio Zollo, artista sanleuciano, che  lo scorso maggio si è confermato vincitore alla finale regionale (per il terzo anno consecutivo), vittoria che gli ha garantito l’accesso alla finale nazionale di Slam poetry. Il suo è un percorso che ha inizio da una scelta, da un’esigenza che presto si trasforma in un iter in continuo movimento, con fare camaleontico e fluido. Si innesta l’uomo partecipe del suo corpo, cercando di non dare lustro alla parola in sé, ma il corpo è mutilazione espressiva di “un danno che è nel linguaggio stesso”.

Dal cantautorato, alla poesia dialettale: “Indagavo le tradizioni, i riti e i rituali in uso nel mio paese e li mettevo in rima facendo della satira”, proseguendo poi verso il plurilinguismo dal dialetto all’italiano, dall’inglese al latino: “Ho costruito così le prime performance, utilizzando il ritmo e la musicalità delle parole sul mio corpo”. Lo stesso artista sanleuciano parla di “corrente fredda” , non più una forma poetica che indaga il sommerso, ma di “una performance costruita sul mio corpo, sui limiti del mio corpo”.

Dunque il corpo diventa lo spazio totale della poesia: “La poesia ha bisogno del corpo, la poesia è il mio corpo/immolato sull’altare dello scarto che c’è tra la vostra capacità di comprenderlo/e la sua bellezza.” (da Se necessita reggaeton). La parola diventa un’onda sonora che si allontana per disperdersi nell’etere, mentre il corpo resta “anche se decadente e mortale”. Viene necessariamente svilita la parola, liquidata e depotenziata: “ho paragonato la mia parola al blastema, una cellula che si erge ad organo autonomo. Una sorta di difetto”.

Ad esempio, come delirio e flusso costante in cui “il senso si perde” in Blastema: “la parola da sola affogata in gola crea sfissia, è dislessia, è avaria”. Ed ecco che essa, in poesia performata, in poesia declamata, diventa onda sonora che si estende dalle punte delle dita e scivola via, in un gioco di schiocchi, alla base della performance, viene offerto il ritmo alle parole “vomitate”, la Poesia non può essere trattenuta a lungo fuori dal corpo, ma “e int’ a nu schiocc e det’, a poesia se ne jut” (da Schiocco).

La differenza di superficie tra un tipo di poesia incanalata e un tipo di poesia performata, risiede –ovviamente- nella lettura, nel Logos, come esso viene percepito e costituito. Nel primo caso si cade generalmente in una sorta di auto-identificazione con il poeta; nel secondo vi è la volontà di concretizzare un aspetto che esplode e non implode.

Vittorio Zollo, in tal senso, propone una distinzione tra ciò che è un’indagine del sommerso, in cui si tende alla metafora, all’espressionismo, e ciò che si concretizza, privilegiando una poesia che non sia semplice arte declamatoria né in privato, né in pubblico, bensì si arma di forza, di vita, di un plurilinguismo depurato da stilemi fittizi e “patetici”, teso al flow, esplorando gli abissi, l’ignoto, quella quotidianità e socialità che si aggrovigliano come un filo, come i pensieri, ed è impensabile la separazione tra il Logos e il corpo sulla scena.

Il poeta non si nasconde da qualche parte dietro alla sua voce. Ciò che privilegia il corpo è il suo “consistere” e diventare forza bruta di fronte all’astrattismo e agli attori, non è nemmeno mettere a nudo l’anima, a detta di Vittorio, bensì è offrire il proprio “dono”, preservando il “mondo”: “L’attore finge. Porta il peso della maschera. Filtra ogni parola e ogni gesto. L’attore è il politico. Io sono un performer, non ho il peso della maschera attoriale, non devo immedesimarmi in nessuno”.

Da una dimensione aulica e “sacrale”, quasi come se fosse caduta “l’aureola”, la parola tende a finire nel fango, si carica di senso per essere svilita in un vortice infinito. La parola ingrata, scomunicata dalla sua referenzialità si assottiglia sempre di più: “E intanto bevi bevi bevi che si alleviano i dolori, /fai discorsi poco chiari /che mi mischiano i pensieri! /Ma siamo pronti a dormire, basta finzione. /Il Medioevo è stato un periodo di transizione /che hanno legato con lo spago /tra un risvoltino e il cammino di Santiago.” (da Il cammino di Santiago col risvoltino)

La società del XXI sec. porta con sé una fragilità costante e massificata, di là dai poeti vezzosi e da pretese di perfezione artistica, la direzione dell’artista campano è quella di dare visibilità al proprio corpo “imperfetto”, indagare attraverso la parola “che è di per sé imperfetta”: “non esiste la poesia perfetta, ma esistono i nostri corpi, e sono perfetti nell’essere mortali. Ciò che io costruisco, solo il mio corpo può sceneggiarlo e comunicarlo. E’ solo sul mio corpo, nel mio corpo, e col mio corpo che si concretizza la mia Poesia”.



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About Giorgia Zoino

Giorgia Zoino
Nata a Benevento il 10/08/1995. Frequenta la facoltà di Lettere Moderne presso l'Università Federico II di Napoli.

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