Angelo Sateriale: un saltimbanco irpino-sannita



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Angelo Sateriale: intervista ad un regista, attore, comico, cantautore, saltimbanco, irpino e sannita

Angelo Sateriale, attore campano, a discapito della sua giovane età, attivo già da diversi anni, è in questi mesi in giro per l’Italia con due spettacoli diversi entrambi scritti da lui in collaborazione con altri autori. Il primo è “Lo stordo tour” nel quale ripercorre in chiave “musico-comica” la centralità di una lingua e di una territorio (quello irpino/sannita) identificandolo con “l’unica parola che abbiamo solo noi irpino/sanniti ” stordo, appunto. L’altro spettacolo, parafrasando Oscar Wilde, “L’importanza di non essere juventini” è un titolo quanto mai provocatorio che parla in modo sagace e intelligente della società italiana rapportandola al mondo del calcio. Angelo Sateriale, però, non si preclude nessuna strada ed è possibile ritrovarlo anche su youtube con le sue canzoni e la serie web “I tre terrieri – la politica terra terra“.

Angelo Sateriale si definisce semplicemente “attore, comico, cantautore IrpinoSannita perché prima di ogni cosa lui è, e sempre sarà, una persona divisa (o meglio – unita) in ugual modo tra il suo essere contemporaneamente irpino e sannita e questo è evidente in tutti gli spettacoli che ha fatto dove un’importante cifra stilistica territoriale contraddistingue la sua parlata e il suo gesticolare.

[estratti dalla video intervista]

Sei molto legato alla tua terra e ti trovi nel mezzo, tra sannio e irpinia. Ti senti più sannita o irpino?

Io ho mio padre irpino e mia madre sannita. Non ho mai avuto questo pensiero. […] Ho sempre pensato che Avellino e Benevento fossero due realtà e provincie molto simili, molto diverse dall’altra parte della Campania ed è sempre un peccato dividerle. Siamo tutti quanti “montagnari”, tutti molto chiusi, persone diffidenti a differenza di quelli sulla costa. Bisogna unire le forze. Ho fatto questa canzone “Stordo”. E’ una cosa identitaria. Questo è quello che io ho voluto far capire alle persone. Noi irpini e sanniti quando pensiamo all’identità pensiamo “o vino, o formaggio, e sasicchie, a soppressata” e nessuno ha mai capito che c’è anche un’identità di parola. Perché “stordo” è un parola che si dice soltanto nella provincia di avellino e di benevento, e la cosa bella è che stordo non si dice a napoli. […] Ci sono stati alcuni amministratore comunali che mi chiedevano “Perché stordo? Perchè ti chiami stordo?” “Guarda che uno che si chiama stordo da solo ha un’ironia molto alta. Io la mia comicità la baso su me stesso, sennò viene sempre il solito comico che sfotte quello che sta in prima fila. Io invece parlo di stordo che sono io, ma che siamo tutti quanti. Ed è questo quello che manca a noi. Vantarci di qualcosa. A noi l’Italia ci dimentica, ci ricorda solo quando trema la terra o l’acqua ci riempie la casa. Dobbiamo essere noi a cominciare a far parlare di noi per qualche altra cosa.

Per te il valore del teatro?

E’ un’occasione per raggruppare le persone e dirgli qualcosa. Anche una messa è un teatro. Il teatro è il mezzo. Quando è cominciato avevano bisogno di raccontare qualcosa a tutti. E’ istituzionalizzare questa cosa.  E’ l’istituzionalizzazione del racconto. Perché uno racconta davanti ad una piazza una cosa e finisce là. Però creare un evento…”perché devi essere lì che ti devo raccontare una cosa”…è questo luogo qui che hanno chiamato teatro dove ci sono persone che si parlano.

Progetti futuri?
Torno in teatro con uno spettacolo che ha avuto un successo l’anno scorso e stiamo cominciando a stilare un vasto tour in tutta Italia dal titolo: “L’importanza di non essere juventini“. Ho una visione più sociale, non è una cosa calcistica. Perché tuo figlio è abituato sempre a vincere, quando perde sta male. Invece tifando per il crotone… […] tifare la Juventus è lo stesso atteggiamento che abbiamo per qualsiasi altro mestiere, per qualsiasi altra cosa. […] Gli juventini sono brave persone, sono persone che non hanno ancora un senso di identità forte nella propria mente. Posso dire questa cosa: loro preferiscono, come la maggior parte degli italiani, essere cortigiani del re e non rivoluzionari.

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