Jobs Act, più precari meno produttivi, il commento dell’economista Emiliano Brancaccio



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Jobs Act. A Benevento un incontro che mette in discussione la riforma del lavoro di Renzi. Brancaccio:“Dopo l’austerità, la precarietà espansiva è la nuova trappola europea”

brancaccioemilianoSi scrive Jobs Act ma si traduce “precarietà”. Approvato il 12 marzo scorso dal Consiglio dei ministri, il piano per il lavoro di Matteo Renzi, oltre a evidenziare ancora una volta il ricorso improprio alla decretazione d’urgenza, uno strumento legislativo straordinario che di fatto esautora il Parlamento, non crea nuovi posti di lavoro e, soprattutto, estende la precarietà.

Tra le tante novità introdotte dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, figurano la ulteriore flessibilizzazione dei contratti a tempo determinato e la modifica dei contratti di apprendistato.

Nello specifico, il cosiddetto Jobs Act impone il rinnovo dei contratti a termine fino a otto volte in 36 mesi senza pause né causale, cioè senza l’obbligo per l’imprenditore di indicare il motivo del ricorso a un contratto temporaneo. In altre parole, i contratti a termine potranno essere prorogati ogni quattro mesi e mezzo fino alla scadenza dei tre anni, e si potrà essere licenziati senza preavviso e senza alcuna motivazione, semplicemente non rinnovando il contratto. Per quanto concerne i contratti di apprendistato, essi avranno, invece, meno vincoli e per assumere nuovi apprendisti non sarà necessario confermare i precedenti. Il che, tradotto in soldoni, non significa altro che la scomparsa definitiva di questa tipologia contrattuale.

Una materia estremamente complessa, quella del lavoro, che il Centro Sociale Depistaggio di Benevento ha voluto approfondire con Emiliano Brancaccio, economista di fama internazionale e professore di Fondamenti di Economia politica e di Economia del Lavoro presso l’Università del Sannio.

Il Jobs Act di Renzi ha rappresentato il punto di partenza della discussione presieduta da Brancaccio il quale, percorrendo a ritroso le tappe che in Italia per circa un ventennio hanno generato il drammatico fenomeno del precariato, ha fornito un’analisi esauriente delle dinamiche economiche e delle vicende politiche caratterizzanti lo scenario europeo la cui comprensione, secondo il Professore, ruota intorno ad una legge di tendenza individuata da Karl Marx, la “legge della centralizzazione dei capitali” che, nella lotta tra capitali forti e capitali deboli (nel nostro caso, tra le economie forti del Nord Europa e quelle deboli del Sud Europa), vede soccombere i secondi, assorbiti quasi sempre dai primi.

“Nella lotta intercapitalista concepita nella seconda metà dell’800 i marxisti ritenevano che la classe operaia potesse agire da protagonista sfruttando il processo di centralizzazione dei capitali a proprio vantaggio. Oggi, invece, il lavoro è silente.”

Un’analisi metodologica che, illustrata con brevi cenni da Brancaccio, ci riporta subito in Italia, il Paese in cui, dati Ocse alla mano, l’indice di protezione dei lavoratori è precipitato sensibilmente di 1,68 punti a partire dagli anni novanta. Un calo che si è tradotto in un incremento della precarietà e che, iniziato con l’introduzione  del famoso “Pacchetto Treu”, ha ricevuto il colpo di grazia con l’approvazione della legge Biagi.

Tra gli ultimi agenti della finanza globale serpeggia, dunque, una convinzione di fondo: la precarizzazione del lavoro incrementa i tassi di occupazione. “Nulla di più falso – sentenzia Brancaccio –. Il rapporto tra aumento della flessibilità e creazione di posti di lavoro è nullo, come dimostrano le ricerche dell’Ocse e del Fondo Monetario Internazionale.”

Ma la precarietà rappresenta una minaccia anche per la produttività“Quest’ultima non è legata allo sfruttamento e alla perdita dei diritti fondamentali che un dipendente subisce sul luogo del lavoro, ma piuttosto all’organizzazione sistemica dell’apparato produttivo”, chiarisce Brancaccio.

E allora perché il Jobs Act piace tanto alla Commissione Europea e alla Banca Centrale Europea e ha ottenuto il plauso della Germania?

Il Jobs Act di Matteo Renzi assomiglia grottescamente alla riforma Hartz varata in Germania tra il 2003 e il 2005. Concepita sotto il governo Schroeder da Peter Hartz, l’ex consigliere d’amministrazione di Volkswagen, la riforma, che costò le elezioni al cancelliere tedesco, ha ridotto i disoccupati di oltre due milioni. Ma a che prezzo? I provvedimenti hanno contribuito a creare un esercito di lavoratori poveri con contratti di lavoro di 15 ore settimanali, pagati anche 400 euro mensili, ma soprattutto poco tassati, senza diritto alla pensione né assicurazione sanitaria.

La risposta risiede, dunque, nella dottrina che il professor Brancaccio ha definito della “precarietà espansiva”, una teoria che negli ultimi tempi ha soppiantato quella dell’“austerità espansiva”. Per ridurre la spaventosa forbice tra capitali centrali, che hanno ottenuto un incremento dei posti di lavoro, e capitali periferici, che invece hanno registrato la contrazione dell’occupazione, si era diffusa l’idea secondo cui, riducendo la spesa e aumentando la pressione fiscale, si sarebbe potuto diminuire il debito, stabilizzare i conti pubblici, rassicurare i mercati finanziari e drenare risorse per rilanciare l’economia. “Un totale fallimento – afferma Brancaccio – dal momento che l’austerità determina una caduta della capacità di spesa dello Stato, delle famiglie e delle imprese e, conseguentemente, un crollo della produzione, della occupazione e dei redditi”. In Italia la poltrona della presidenza del Consiglio era occupata da Mario Monti.

“Ora il rischio è che si commetta un nuovo errore, – continua Brancaccio – la precarietà espansiva si propone di rendere le economie periferiche più competitive attraverso la precarizzazione del mercato del lavoro che riduce il potere contrattuale dei lavoratori e soprattutto abbassa i salari”. L’obiettivo è consentire, conseguentemente all’incremento del Pil, il risanamento del debito da parte dei Paesi periferici dell’Eurozona.

Ma quali sono i rischi di questa operazione che non ha eguali nella storia?

“L’implosione dell’euro e dell’Unione europea ”, conclude il professore. E non è escluso che a sfruttare questa catastrofe politico-economica siano in futuro movimenti di stampo neofascista.

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