Giornata mondiale della poesia: incontro-scontro con l’anima



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Giornata mondiale della poesia: giovedì 23 marzo presso Palazzo del Volontariato una serata in omaggio ai poeti e alla poesia

Oggi 21 marzo 2017, primo giorno della primavera e nascita di una delle più importanti poetesse del ‘900, Alda Merini, cade la ‘giornata mondiale della poesia’, istituita dall’UNESCO nel 1999.

Di fatti si terrà, su iniziativa di Auser-Uselte, giovedì 23 marzo, alle ore 17:30, presso Palazzo del Volontariato (viale Mellusi 68, sala CESVOB, Benevento) una serata in omaggio ai poeti e alla poesia, la quale ricopre un ruolo fondamentale come linguaggio dell’anima che privilegia un dialogo intimistico e una sorta di patto col lettore, come uno specchio che rivela i fondali di numerosi abissi riflessi.

Ma cos’è la poesia? Quale il suo messaggio? “La poesia è poesia quando porta con sé un segreto”, disse Ungaretti in una intervista del 1961. Probabilmente è un attimo che si trascina, o una lunga meditazione sommaria di piccoli frammenti diversificati, ma uniti in una stessa immagine.

Forse è un paesaggio, è il mare, è il ricordo, la poesia è il linguaggio che perdura, che risplende come quando il sole all’improvviso filtra fra le imposte, e dagli occhi non si scolla più. “La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere”, disse Italo Calvino, magari è così, deve essere così, un oceano immenso di incertezze che si increspa su carta.

Ad esempio le turbate realtà di Michelstaedter. La sua poesia è il frammento di molteplici
pezzi raccolti dell’anima che riflettono l’ostilità e il deserto esistenziali, il naufragio spontaneo dalla propria esistenza.

La eco leopardiana è percepita a livello teoretico-esistenziale come ne ‘’Il canto delle crisalidi’’ in cui il simbolo della crisalide umana si occulta in un processo metamorfico e dalla sua ciclicità scaturisce l’esigenza michelstaedteriana del “consistere”.

Il legame –ossessivo– fra vita e morte è reso dal poeta come se il tutto fosse il flusso della sua coscienza. La metafora del mare è una costante che ricrea il carattere di una navigazione esistenziale la cui meta è indicata dall’Essere-per-la-morte. Il mare così è il gran mare dell’essere, ma soprattutto del Nulla.

“La poesia costituisce un’esperienza reale. E lo è per almeno tre ragioni: perché accade nel presente, perché non si fa mai possedere del tutto, perché non lascia mai che il nulla sia l’ultima parola”. (tratto da Poesia come esperienza di Filippo La Porta).

Una visione eccentrica e ossessiva è sempre stata palpabile con Alda Merini, una vita sofferta tra bisogno di attenzioni e un grido d’aiuto. Ecco il peso di una parola, la profondità celata fra le righe di un libro, la poesia appare una strada lunga e calda, che talvolta spaventa, altre volte abbraccia:

La poesia è il luogo del nulla,

il luogo degli incontri,

il luogo del fiume che è davanti a casa mia.

 

La poesia è la vita che hai dentro.
E non t’importa se la morte o il vicino di casa vengono a turbare te e quello che hai da dire.
Molti hanno pensato che la mia poesia sia la mia follia.
Pochi hanno capito, invece, che la mia poesia è nata a prescindere da tutto e da tutti.
Avrei potuto fare la matta o la ragioniera e la mia poesia sarebbe comunque uscita.

Essa è una forza che nasce in me,
è come una gravidanza che deve andare a termine.

( La poesia è il luogo del nulla (nessun luogo – ogni luogo)
di Alda Merini )

Certamente la poesia è portare alla luce ciò che è nascosto, penetrare nella vita e scavare, sempre di più, fino a sfiorare le inquietudini e a stringerle come si farebbe con uno straccio bagnato:

 

 

Mi desto dal leggero sonno solo

nel cuore della notte.

Tace intorno

la casa come vuota e laggiù brilla

silenzioso coi suoi lumi un porto.

Ma sì freddi e remoti son quei lumi

e sì grande è il silenzio nella casa

che mi levo sui gomiti in ascolto.

Improvviso terrore mi sospende

il fiato e allarga nella notte gli occhi:

separata dal resto della casa

separata dal resto della terra

è la mia vita ed io son solo al mondo.

 

Poi il ricordo delle vie consuete

e dei nomi e dei volti quotidiani

riemerge dal sonno,

e di me sorridendo mi riadagio.

 

Ma, svanita col sonno la paura,

un gelo in fondo all’anima mi resta.

Ch’io cammino fra gli uomini guardando

attentamente coi miei occhi ognuno,

curioso di lor ma come estraneo.

Ed alcuno non ho nelle cui mani

metter le mani con fiducia piena

e col quale di me dimenticarmi.

 

Tal che se l’acque e gli alberi non fossero

e tutto il mondo muto delle cose

che accompagna il mio viver sulla terra,

io penso che morrei di solitudine.

 

Or questo camminare fra gli estranei

questo vuoto d’intorno m’impaura

e la certezza che sarà per sempre.

 

Ma restan gli occhi crudelmente asciutti.

(da Pianissimo di Camillo Sbarbaro)

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