Questioni di Referendum



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Referendum
Questioni di Referendum

Referendum del 17 aprile 2016. Intervista al Professore Massimiliano Bencardino docente di Organizzazione e Pianificazione Territoriale 

Domenica prossima, 17 aprile 2016, il popolo italiano sarà di nuovo chiamato alle urne. In scena il Referendum sulle concessioni per le trivellazioni in mare. Si vuole che una volta scaduta la concessione l’attività estrattiva venga abbandonata? Allora bisogna votare SI. Al contrario, chi vuole che la concessione prosegua senza un termine, fino a che il giacimento non si esaurisce, deve votare NO. In vista del quesito referendario abbiamo cercato di fare chiarezza sulla questione. Ne parliamo con il  Professor  Massimiliano Bencardino, docente di Organizzazione e Pianificazione Territoriale presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Corso di Laurea in Scienze Geologiche dell’Università degli Studi del Sannio e presso l’Università di Salerno al corso di Laurea  in politiche istituzioni e territorio.

1.Professore, quali sono le ragioni per le quali gli italiani dovrebbero votare per il SI o per il NO al Referendum di domenica 17 aprile?

Gli italiani dovrebbero votare sì per tre ordini di motivi. Il primo riguarda i valori. E’, infatti, l’occasione per riaffermare che l’ambiente è un bene non negoziabile e che va tutelato. E’ il momento di dimostrare che vogliamo bene al nostro mare, alle nostre coste, al nostro Paese. Ciò, in Italia, non è sempre accaduto.

Il secondo è più tecnico. Il referendum pone un limite di tempo alle concessioni che le aziende petrolifere hanno per le estrazioni. Esso riafferma che è lo Stato, ovvero il Popolo italiano, a decidere quando il pozzo estrattivo dovrà essere chiuso e quindi quando il privato concessionario dovrà sostenere le spese di ripristino dello stato dei luoghi e di messa in sicurezza del sito. Senza alcun limite di tempo (com’è dato oggi dalla legge di Stabilità) l’azienda può ritenere utile non portare il giacimento al completo esaurimento per protrarre nel tempo la spesa necessaria alla messa in sicurezza del pozzo estrattivo.

Il terzo motivo è economico. Non esiste solo un’economia del petrolio, molto ben quantificata e motivata, ma esistono anche una economia del turismo, della pesca e, perché no, della bellezza, che viene trascurata in molte analisi. A fronte dei circa 300 milioni di euro che arrivano nelle casse dello stato per le royalty provenienti da tutti gli idrocarburi estratti – sottolineo tutti e non solo quelli delle estrazioni marine entro le 12 miglia – abbiamo un impatto dei settori turistico, agro-alimentare e culturale, di centinaia di miliardi, quindi mille volte superiore.

Se, poi, commisuriamo il guadagno per le royalty date dalla quantità di gas estratto dai pozzi entro le 12 miglia (portati lentamente ad esaurimento, quindi con quantitativi bassissimi) ed il rischio ambientale ad esso collegato, tutti si renderanno conto della sproporzione.

Non so proprio perché gli italiani dovrebbero votare per il no.

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2.Secondo lei questo è un Referendum tecnico–politico? Quale è il suo nodo cruciale?

Come qualsiasi altra consultazione popolare, il referendum è un atto politico ed i cittadini hanno il diritto ad essere bene informati ed il dovere di esprimere la propria idea. Il referendum riapre certamente una discussione sulla strategia energetica nazionale e sullo sfruttamento delle risorse sia nelle acque territoriali che nelle acque internazionali. L’Europa, tutta insieme, sta portando avanti con forza una strategia energetica ben definita verso un uso sempre più intensivo delle energie rinnovabili e verso l’efficientamento energetico, non senza resistenze di chi invece vuole continuare a sfruttare massicciamente gli idrocarburi. Gli italiani, oggi, possono riaffermare la volontà di continuare in questa direzione.

3.Negli ultimi anni i referendum si sono dimostrati dei mezzi a dir poco popolari, come si comporteranno stavolta gli italiani? Ci sono dei parallelismi con il Referendum sull’acqua del 2011?

Fino al 1995, gli italiani hanno risposto con grande partecipazione ai momenti referendari. Dal 1995 in poi, vuoi per l’abuso che è stato fatto dello strumento referendario vuoi per una crescente disaffezione per la politica, i referendum non hanno raggiunto il quorum per molti anni. Nel 2011 questa rotta si è invertita, perché i cittadini sono stati chiamati a rispondere a quesiti che riguardavano il bene più prezioso, l’acqua. Credo che il presente quesito abbia un’importanza pari a quello del 2011. Questo referendum riguarda, in fondo, un tema di eguale rilevanza, riguarda la tutela dei nostri mari. Confido che gli italiani risponderanno massicciamente, nonostante non vi sia stato un gran battage pubblicitario.

4.Un’ ultima riflessione quali sarebbero gli effetti collaterali del Referendum sia per il Si che per il NO ? Quale futuro per l’ambiente?

I cittadini italiani possono riappropriarsi del diritto di intervenire su questioni che non riguardano solo il Governo ma noi tutti. In questi anni l’equilibrio tra uomo, sistema economico ed ambiente è stato gravemente compromesso. L’economia, attraverso un’accelerazione dei processi di scambio finanziario e commerciale, si è sganciata dalla realtà, dall’uomo, perdendo il suo significato e diventando uno strumento contro l’uomo, generando alterazioni irreversibili del geosistema.

E’ giunto il momento di delineare un nuovo paradigma economico-energetico su cui costruire la società del prossimo futuro. Quindi, questo referendum – sebbene riguardi un aspetto molto marginale di una riflessione più complessa – porta con se un carico politico altissimo.

Penso ad esempio alle relazioni geopolitiche euro-mediterranee. Vogliamo stabilire rapporti di forza con la sponda sud del Mediterraneo volti al controllo delle risorse petrolifere libiche o rapporti di cooperazione e scambio che valorizzino la grande piattaforma solare rappresentata dalle immense distese africane?

Penso, infine, alla idea che abbiamo del nostra penisola. Dicevo, prima, della bellezza. L’Italia, per il mondo è ancora il Bel Paese, per i suoi paesaggi, la sua cultura e la sua storia e se vuole permanere tra le realtà mondiali più avanzate non può continuare a trascurare questo aspetto, e per farlo deve investire risorse nella giusta direzione.

I nostri padri costituenti hanno scritto un articolo bellissimo, l’articolo 9. Invito quelli che non lo ricordano a rileggerlo. Credo che dovremmo ripartire da lì.

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