Malies, Malocis, Maloenton… Beneventum: storia e ristoria di una città



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” Benevento è la mia città! E’ piena di storia e di monumenti”. D’accordo ma quanto sappiamo realmente di Benevento ? “Malies, Malocis, Maloenton… Beneventum: storia e ristoria di una città.” è la nuova rubrica targata Benevento.ZON che, ogni martedì, vi accompagnerà nella scoperta degli aspetti più importanti di Benevento, della sua storia e dei suoi monumenti.

ASPETTO LINGUISTICO: TRA NOMI LEGGENDARI E SIMBOLI MITICI

(a cura di Giorgia Zoino)

In linguistica vi è una distinzione sostanziale fra la paretimologia e l’etimologia di una parola per poter risalire al suo significato originario. Nel caso dei toponimi è esemplare Benevento, secondo un gesuita e archeologo italiano del XIX sec., Raffaele Garrucci (1812-1885), probabilmente il primo nome della città fu “Malies” o “Malocis”, poi “Maloenton”, oppure “Maloente” o “Malowent”,chiaramente in lingua osca, appartenente ad un ramo delle lingue indoeuropee con elementi fonetici (es. ‘p’ al posto del ‘qui’ latino, o ‘b’ al posto della ‘v’ latina) e strutturali che si differenziano dal latino, con iscrizioni apparse già dal V sec., di base alfabetica latina e greca, anche se esiste una forma di alfabeto osco:

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Di fatti la fondazione –leggendaria- della città vede protagonista l’eroe greco Diomede (vi sono altre due versioni mitiche dell’eroe, la prima che giunge ad Argo grazie alla Dea Afrodite che brama di vendicarsi; la seconda variante del mito omerico narra il naufragio dell’equipaggio, causato da Afrodite, (e il conseguente approdo sulle coste della Licia in Grecia), nipote del sovrano di Calidone (antica città greca), sbarcato sulle coste pugliesi, dopo l’incendio di Troia, giunge in Campania e fonda, così, la città di Benevento.

La versione mitica beneventana  viene data dallo storico bizantino Procopio di Cesarea (Προκόπιος ὁ Καισαρεύς-  Prokópios ho-Kaisaréus) del VI sec., il quale affermava che, come segni di riconoscimento, l’eroe aveva lasciato alla città le zanne del cinghiale caledonio che suo zio Meleagro aveva ucciso come trofeo di caccia, diventando ben presto simbolo di Benevento, e che appare ancora oggi nello stemma della città.

Diomede non fu un eroe “tradizionale”, bensì un guerriero temibile, incline a distruggere per ricostruire, anziché fondere etnie diverse. Per cui si riscontrano nel suo personaggio manifestazioni culturali sia belliche, sia pastorali/agricole, medesime inclinazioni dei sanniti, che venivano definiti ‘i bellicosi’.

La tesi di Garrucci si fonda sul ritrovamento di una moneta bronzea risalente al IV sec. a.C. e che riporta la scritta Malies, cioè Apollo Maloesis (protettore del bestiame) con una testa di donna dai capelli chiusi in un “sakkos” (σάκκος, “tela di sacco, cuffia, mantello”), e sul rovescio un bue con volto umano affiancato da una testa barbuta. In un’altra moneta del III sec. vi è l’emblema del cavallo rampante sul retro (simbolo di Diomede) e la testa di Apollo e la scritta Benevento sul recto,  che effettivamente convalidano l’ipotesi dell’origine greca.

E’ interessante identificare il valore mitologico evidente sulle monete beneventane, dalla testa di donna, al toro androprosopo, che simboleggiò i due fiumi, Sabato e Calore che bagnano la città, e notevole ricordare che i fiumi per i greci  furono oggetto di culto, quali portatori di fecondità alle terre (per loro il più importante fu l’Acheloo); il cavallo galoppante, come segno di indole indomita e fiera; o la testa di Apollo, da non interpretare (non solo) in chiave religiosa, bensì come simbolo per esprimere gli effetti della luce e del calore sulla vegetazione, una sorta di inno alla terra beneventana. Il tutto custodito in chiave naturalistica-religiosa, espressa in forma allegorica.

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Tuttavia la fondazione di Benevento viene ricondotta agli Osci (o Oschi), popolo indoeuropeo di ceppo sannitico della Campania antica pre-romana, inglobato dai sanniti dal V sec.

Secondo un altro letterato, Gianni Vergineo di San Bartolomeo in Galdo (BN) (1922-2003), il nome “Maloenton” è di origine greca: Maloeis – da Malon – che significa gregge di pecore o di capre, con chiaro riferimento alla attività pastorale dei Sanniti. Vi è un’altra ipotesi: Maloenton, da “μαλλός”, ossia vello.

Probabilmente, nell’ambito delle guerre sannitiche, e all’episodio delle Forche Caudine del 321 a.C., i latini coniarono la denominazione di “Maleventum”. Nel 275 a.C. i Romani vinsero Pirro, re d’Epiro, e affinché la città restasse romana, nel 268 a.C., vi crearono il primo stanziamento di coloni romani con diritto latino. Da qui la trasformazione in “Beneventum”, per convertire il significato “apparentemente” negativo del nome.

Di fatti in linguistica, lo studio paretimolgico, da παρά-ἐτυμολογία, ossia “studio del vero significato delle parole”, affronta un processo in cui la parola devia dal significato originario, quindi reinterpretata sulla base di somiglianze di forma o di significato di altre espressioni analoghe: “Maleventum”, radice *Mal- (probabilmente “pietra”), che forse non è di radice indoeuropea, è stata colta dai Romani come “malus eventum”, per cui necessariamente convertita. Vi è un’altra ipotesi ricondotta all’immagine di un altro animale, il toro, ulteriore simbolo della popolazione sannitica, il cui termine (“Malon”) fu adoperato dal poeta greco Teocrito col significato di toro.

Si fa ricollegare il nome sia ad un antico popolo dei Mali (dal nome del figlio di Anfizione, che era figlio di Decaulione e Pirra, o figlio di Elleno, re di Ftia, città della Tessaglia) tessali di provenienza, ma non si sa se si spinsero fino alle terre della Campania; oppure riprendendo la derivazione da “μαλλός” (vello di pecora) e dal suffisso –enton, come luogo dei commerci, e quindi “Maloenton” come centro di raccolta e tosatura delle greggi.

G.Z.

 

ASPETTO STORICO: DALLA FONDAZIONE AD OGGI

(a cura di Mario Martino)

DALLA FONDAZIONE AL PERIODO ROMANO

Il primitivo insediamento, in contrada Cellarulo, avvenne praticamente in un luogo strategico, alla confluenza dei fiumi Sabato e Calore, al confine fra il Sannio irpino ed il sannio caudino. Il primo nucleo abitativo, di quella che sarebbe divenuta una città, sorgeva dunque in un’area pianeggiante, feconda e favorevole allo scambio commerciale; ciò porto allo sviluppo di forme di pastorizia ed agricoltura. Intorno al IV secolo a.C. sorsero due necropoli poco distanti fra di loro, una ancora nei pressi dell’ex Collegio La Salle ed un’altra alla Rocca dei Rettori. Una necropoli coeva è stata trovata poi in contrada Olivola, dove sono state rinvenute tombe di guerrieri con cinturoni ed armi.

Ma il IV secolo fu per il Sannio teatro di guerre; in particolare tre grandi guerre contro i Romani, le famose Guerre Sannitiche. La Prima di queste, combattutasi tra il 354 a.C. e 330 a.C. circa, sancì la sottomissione delle zone del Lazio a Roma, ma la zona del Sannio resistette e si mantenne autonoma.

La Seconda Guerra Sannitica (327 a.C. – 304 a.C. circa) costituì il primo vero scontro fra la nascente potenza di Roma e i Sanniti. I Romani tentarono di muovere guerra da Capua a Benevento. I Sanniti riuscirono però a bloccare le truppe romane presso Caudium. Qui, una volta intrappolati, i soldati romani furono umiliati e fatti passare sotto le famose “Forche Caudine” in segno di sottomissione ai sanniti.

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Questa storica vittoria portò la popolazione sannitica a divenire una guida per tutte le popolazioni italiche del Centro e del Sud che si rivoltarono contro i Romani. Scoppiò la Terza Guerra Sannitica (298 a.C. – 290 a.C. circa). Stavolta però i Romani, organizzati meglio militarmente, inflissero una dolorosa sconfitta all’esercito sannitico e quindi una pace intorno al 290 a.c. La realtà sannita divenne così una colonia romana Solo nel 275 a.C l’assoggettamento fu ufficializzato, quando l’esercito romano vinse ancora una volta sui ribelli sanniti, sconfiggendo l’esercito di Pirro proprio a Maleventum che da allora divenne Beneventum.

La città sotto l’Impero romano visse un periodo abbastanza felice come attestano le numerose iscrizioni e la grande quantità di monete coniate. Inutile dire che doveva la sua prosperità economica ma anche culturale alla sua posizione favorevole lungo la via Appia. Inoltre pare che la Benevento romana sia stato luogo di grande attività letteraria, a cominciare dal grammatico Orbilio Pupillo, che insegnò a lungo nella città prima di trasferirsi a Roma.

L’ETA’ LONGOBARDA

Caduto l’Impero Romano (476 d.C.), le popolazioni barbariche irruppero in Italia, devastando le migliori terre ed occupando le principali città, che cadevano alla forza delle loro armi. Benevento non fece eccezione. I Goti di Teodorico, nel 490 molestarono la città. Fino agli anni 70 del 500 fu teatro di scontro tra le truppe d’oriente di Giustiniano e i goti di Teodorico. Inutile dire che ciò comportò la devastazione della città. Nel 571, Beneventum fu conquistata dai longobardi che fondarono il celebre ducato di Benevento.

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Gli storici usano suddividere il periodo di dominazione longobarda in tre distinte fasi. La prima, chiamata ascendente (570-774), caratterizzata dalla vittoriosa conquista di nuove terre. La seconda, detta culminante (774-849), ha come inizio la caduta del regno longobardo di Pavia ad opera dei Franchi. La terza fase, discendente (849-1077), fotografa il lento declino del principato.

Durante la prima fase, al governo della città ci furono in ordine: Zottone, Arechi I, Grimoaldo, Romualdo I, Romualdo II, Gisulfo e Liutprando. In questa prima fase furono stabilite relazioni con la popolazione e riorganizzato il centro urbano. Sul finire di questa fase, negli anni del governo di Liutprando, il ducato di Benevento, per volere dello stesso Liutprando, si distacca dall’area di influenza della corte reale longobarda cominciando ad intrecciare relazioni con i Franchi per un’estensione del territorio.

Sarà questo evento ad aprire la seconda fase del periodo longobardo, quella “culminante” in cui si assiste alla caduta della Longobardia Maior ad opera dei Franchi nel 774. Da questo momento, Arechi II diventa vassallo di Carlo Magno e viene imposto il riconoscimento della sovranità franca sulla città di Benevento ma dopo alcuni anni Arechi si autoproclama principe e porta avanti una politica di apertura verso i profughi del disciolto regno longobardo che vengono accolti a Benevento. E’ sotto Arechi II che viene costruita, inoltre, la magnifica chiesa di Santa Sofia (oggi Patrimonio dell’Unesco).

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Alla morte di Arechi diventa principe di Benevento il figlio Grimoaldo III che rafforzerà il potere aristocratico. Ciò porterà alla facile elezione di Grimoaldo IV come suo successore che governò per pochi anni a causa di una congiura di palazzo che lo vide vittima, architettata da Sicone. Il figlio di Sicone, Sicardo I, continuò la politica espansionistica del padre. Sicardo è ricordato soprattutto per aver sottratto, a Lipari, le preziose reliquie di San Bartolomeo portandole a Benevento dove tuttora vengono custodite.

Ad aprire la terza fase del periodo longobardo, quella “discendente” ci fu la successione di Radelchi a Sicardo e l’episodio della guerra civile tra Benevento e Salerno che segnò l’inizio della fine per il principato. Benevento iniziò a cedere a Salerno molti gastaldati importanti tra cui Taranto, Cassano e Montella, oltre alla città di Salerno. A Benevento restano alcuni distretti tra cui Brindisi, Bari, Canosa, Lucera, Sant’Agata, Telese, Campobasso. Dopo la divisione salì al poter Adelchi che, malgrado tentativi di difesa, fu costretto a patteggiare con i saraceni (in quegli anni tra i più temuti invasori) corrispondendogli una grossa somma di denaro in cambio dell’impegno a non aggredire il principato.

Ad Adelchi succedono prima Gaideris e poi Aione II che si impegnano nella resistenza contro i bizantini e i saraceni. Dopo Aione II, sale al potere il figlio di Adelchi ovvero Radelchi II ma il suo carattere eccessivamente autoritario gli fa perdere consensi in ampi strati della nobiltà e della chiesa.

Intanto il potere era passato a Landolfo I di Benevento che chiese aiuto ai Bizantini per sconfiggere definitivamente i Saraceni ma si troverà ad affrontare i Bizantini sempre più agguerriti. A lui succedono Landolfo II e Pandolfo Testadiferro. Alla morte di Pandolfo, Benevento passa al primogenito Landolfo V e a Pandolfo III. Con la politica di quest’ultimo il potere filo-imperiale termina. Infatti nel 1047, Pandolfo III chiude le porte della città all’Imperatore Enrico III e al Papa Clemente II. Ciò gli costerà la scomunica che porterà la fazione filo-papale ad intensificare la propria azione sulla città fino a conquistarla nel 1050.

LA DOMINAZIONE PONTIFICIA, L’ASSEDIO DI FEDERICO II E I DIFFICILI RAPPORTI DEI BENEVENTANI COL PAPATO.

Dunque era terminata la dominazione longobarda e cominciava quella pontificia (ufficialmente iniziata nel 1077). Il governo della città venne affidato a due rettori, scelti dal Papa. I primi due rettori furono Stefano Sculdascio e Dacomario. Essi erano i delegati del papa ed i portavoce della comunità.

Morti i due primi rettori, Anzone, figlio di Dacomario, assunse il ruolo di rettore e mise in atto un colpo di stato al fine di restaurare il principato assoluto ma, il celere intervento di papa Pasquale II, bloccò il tentativo e affidò il governo della città a Rossemanno. Ma i beneventani scontenti si ribellarono alla decisione papale.

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Cominciò un periodo cupo della storia di Benevento, fitto di stragi e di rivolte che culminarono nel 1128. Per due anni la città si autogovernò in autonomia resistendo alle pressioni pontificie ma nel 1130 papa Onorio II spinse i normanni a prendere la città in suo nome. Ma il popolo riuscè a prevalere sugli aristocratici e si schierò con papa Innocenzo II, pontefice legittimo. Con il pontificato di Innocenzo III, successore di Innocenzo II, il potere della Santa Sede raggiunse l’apice con la concessione di numerosi statuti.

Ma con il nuovo pontefice Gregorio IX iniziò il declino del potere papale. Papa Gregorio intimò all’imperatore svevo Federico II di Svevia di partire per una crociata in Terra Santa. L’imperatore, si pensa per motivi di salute, decise di non partire. Il pontefice lo scomunicò. Inizia così un decennio di tensione tra gli Svevi e il Papato che culmina nel 1241 quando la città, ridotta alla fame, viene saccheggiata e distrutta dalle truppe di Federico II che da inizio al breve periodo della dominazione sveva di Benevento.

La fazione filo-papale segretamente avanza e acquista sostenitori ma le autorità sveve reprimono duramente un tentativo di sommossa il 1º gennaio 1250. Culmine delle tensioni è la famosa battaglia di Benevento del 12 febbraio 1266 proprio presso la città. Manfredi di Svevia (allora al comando degli Svevi) perde e muore. Il suo corpo viene disperso nel fiume Calore. E a questa altezza della narrazione storica va lasciata la parola alla letteratura italiana:

« […] l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co’ del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora. »

(Dante Alighieri, Purgatorio, canto III)

Dopo la battaglia di Benevento, viene nominato papa Clemente IV, a lui seguirono Papà Gregorio IX e Martino IV il quale, con la sua politica autoritaria, provocò la dura reazione dei beneventani in un periodo in cui regnava la tensione sociale dovuta alla povertà e alle pestilenze. L’agitazione raggiunse il culmine nel 1289 quando l’arcivescovo Giovanni Castroceli effettuò un vero e proprio colpo di stato fondando un governo composto per metà da sacerdoti e per l’altra metà da laici, bloccò le entrate dirette alla Santa Sede, riformò l’amministrazione cittadina in senso democratico.

I rapporti fra i Beneventani e la Santa Sede restano tesi. Nel 1385 alcuni cittadini tentarono di impedire a papa Urbano VI di entrare nella città.Sotto il pontificato di papa Eugenio IV la tensione si placò con alcune elargizioni. Benevento si dotò di nuovi statuti, fra il 1431 e il 1440.

DAL 400 AL 600: GLI ANNI DELLA DISTENSIONE, DELLA CRESCITA E DEL PERIODO ORSINIANO

Il quadro socio-economico di Benevento nella metà del 400 è variegato. Le attività economiche e mercantili sono floride anche se la ricchezza resta accentrata nelle mani dei monasteri e di poche famiglie.  A livello sociale ciò si traduce in omicidi, sommosse, tentativi di colpo di stato e occupazioni militari.

Ma con la nomina a governatore di Ferrante I Gonzaga per la città inizia un periodo di prosperità e di crescita economica. Il governo dei Gonzaga non è oppressivo e lascia spazio di manovra alla cittadinanza. Nasce un sentimento di di concordia e di collaborazione fra i governatori pontifici e la popolazione. Papa Paolo III infatti concede numerosi privilegi alla città. La è in ripresa e continua a prosperare fino a ricevere due brutti colpi con le epidemie di peste del 1630 e del 1656.

cittàMa nel 1686, con la nomina alla cattedra diocesana di Vincenzo Maria Orsini (poi papa con il nome di papa Benedetto XIII), Benevento conosce un nuovo periodo di equilibrio e di serenità. Orsini è un domenicano e da tale rifiuta esagerazioni e autoritarismo, quindi ripudia il fasto barocco e gli ornamenti pomposi, riforma la liturgia, i canti, i riti, la catechesi e concepisce una serie di precetti didattici sul modo di come insegnare il catechismo.

 

Durante il suo episcopato, il 5 giugno 1688, un terribile terremoto si abbatte sulla città. I morti sono circa 1400. Il problema più grave è quello della rimozione dei cadaveri dato che le chiese non possono accoglierli. Orsini a tal fine sceglie un terreno, lo fa recintare e lo benedice. Contemporaneamente invoglia i Beneventani a non perdersi d’animo. L’8 settembre 1696 e il 14 marzo 1702 altri due terremoti scuotono Benevento ma l’arcivescovo procede secondo la rotta fissata dando fiducia e speranza ai sopravvissuti. Il suo operato lascerà un buon segno, indelebile, nella storia del rapporto tra popolazione e potere ecclesiastico.

L’ETA’ NAPOLEONICA E IL RISORGIMENTO

Nel 1798 Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, preoccupato dall’occupazione di Roma da parte delle truppe napoleoniche, decise di prendere Benevento per evitare che nascesse anche lì un governo filofrancese, pericoloso per la stabilità del dominio borbonico. Ma dopo l’infausto scontro dovette arrendersi e lasciò Benevento ai francesi che importarono le leggi post-rivoluzionarie, come l’abolizione della nobiltà e dei privilegi del clero.

Nel 1806 fece di Benevento un principato indipendente, capeggiato dal marchese Talleyrand. Furono introdotte notevoli novità legislative ed amministrative sul modello francese.

Con la caduta di Napoleone e quindi il Congresso di Vienna (1815) Benevento fu restituita alla Santa Sede.

Nel 1820 anche a Benevento giunse la notizia che a Napoli era scoppiata la rivoluzione ed era stata proclamata la Costituzione, così anche i Carbonari beneventani insorsero, chiedendo le medesime garanzie di libertà. Questi moti insurrezionali, puntualmente repressi dai guardiani della stabilità (austriaci e prussiani su tutti) fecero da sfondo al movimentato periodo degli anni 20 e 30, cittàintensificandosi, come in tutta la penisola, nel 48. Ma nel 1860 si ebbe una singolare “rivoluzione”, che non incontrò alcuna resistenza pontificia. Il beneventano Salvatore Rampone, vestito in camicia rossa, intimò all’ultimo delegato apostolico, Edoardo Agnelli, di lasciare la città entro tre ore.

 

Il dominio papale era finito. Salvatore Rampone ottenne inoltre che a Benevento fosse creata una Provincia che comprendeva anche alcuni territori dalle province del Regno delle Due Sicilie.

LA GRANDE GUERRA E LA NASCITA DEL SENTIMENTO PATRIOTTICO.

Gli anni del Primo conflitto mondiale, a Benevento come in molte zone del meridione, portarono alla luce i limiti e le criticità del processo d’unificazione ma al contempo produssero un forte sentimento patriottico come in tutta la penisola. I ragazzini nelle trincee si ritrovano uniti nella sofferenza e nel dramma e capiscono di essere parte dell’Italia, parte di un’unica nazione. A Benevento, così come in tutto il Regno d’Italia, il rispetto al sacrificio dei Combattenti e dei Caduti viene celebrato con monumenti ai caduti.

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DAI DISASTRI DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE AD OGGI.

Trovandosi al centro nelle comunicazione ferroviaria tra Roma e Puglia, durante la seconda guerra mondiale la città venne colpita in maniera durissima dai bombardamenti angloamericani nel 1943. Il 21 agosto gli Alleati cominciarono a bombardare la città per stanare i tedeschi e spingerli a risalire la Penisola: il primo obiettivo centrato fu la stazione ferroviaria.

Il 15 settembre 1943 fu il giorno più funesto per la città: cinque ondate di bombardamenti spianarono per intero Piazza Duomo e Piazza Orsini. I bombardamenti procurarono oltre 2000 morti tra la popolazione civile e distrussero l’apparato industriale della zona ferrovia.

La vita politica del dopo guerra riprese sulla base di due gruppi politici, uno liberale, guidato da Raffaele De Caro, e uno democratico cristiano, del quale era leader Giambattista Bosco Lucarelli. I due gruppi si contesero l’amministrazione di Benevento per alcuni anni. Pochi anni dopo la guerra, Benevento fu nuovamente martoriata. Nell’ottobre 1949 ci fu la terribile piena del fiume Calore che portò ancora vittime e distruzione.

L’economia della città, tradizionalmente agricola, nel secondo dopoguerra si è poggiata prevalentemente sul settore pubblico e sulla produzione industriale. Sul piano politico, nel post guerra, la potenziale crescita della città non è stata guidata efficacemente dai pubblici poteri. Una prima inversione di tendenza si è osservata negli anni ottanta, ma è negli ultimi anni che Benevento è cambiata radicalmente con le università e centri di ricerca.

” Benevento ha una storia, anzi dirò di più che,se avvenne una in quelle province meridionali d’Italia, questa storia è incarnata alla storia di Benevento” (Carlo Torre)

M.M.

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