Com’è bere succo d’arancia al suono di poesia slam



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Poesia slam: il secondo appuntamento della IV edizione di “Sputa Il Rospo”, uno spazio poetico di condivisione con solo “testo, corpo e parole”

Lo scorso 26 marzo 2017 si è tenuto il secondo appuntamento di quattro incontri della IV edizione di “Sputa Il Rospo”, curato da “CASPAR – Campania Slam Poetry Associazione Regionale” nella quale ci sono Francesca Mazzoni (una partecipante), Andrea Maio, e Vittorio Zollo (EmCee della serata), in collaborazione con la LIPS (Lega Italiana Poesia Slam), fondata il 30 novembre 2013.

Un incontro di poesia slam presso il Wapo Bar a via dei Longobardi 7: un posto carino, semplice, dalle luci calde.

 

Ma cos’è la poesia slam? Quasi una sorta di flusso di coscienza, un flusso continuo di parole ritmate e recitate, un’arte declamatoria che lega scrittura e voce in un solo fiato con la tonalità più appropriata.

Esistono delle regole ben atte a strutturare un modo di poetare libero: è necessario un EmCee (Master of Ceremony), cinque giudici presi dal pubblico. L’iscrizione è aperta a tutti, siccome lo slam si basa sulla condivisione del proprio spazio col pubblico. Non sono ammessi vestiti particolari, la musica o luci.

Ma soprattutto esiste piena libertà di espressione con una lettura scandita, o veloce, senza, però, uscire dal tempo a disposizione per la performance: dai 3 ai 5 minuti. Talvolta il tema è libero, altre viene imposto. Si può dire dunque che lo slam è una delle forme più rivoluzionare della poesia contemporanea.

Nasce nel lontano (ma non troppo) 1984 con Marc Smith, operaio e poeta, quando decide di portare una ventata di novità nel mondo poetico, organizzando incontri di lettura a voce alta in un jazz club di Chicago, il Get Me High Louge.

In questo mondo il poeta e il pubblico sono connessi vivamente, partecipi alla stessa scena. Ma il primo poetry slam nasce il 20 luglio 1986, sempre a Chicago. Successivamente si estenderà a New York e a San Francisco. In Italia, invece, lo slam è arrivato con Lello Voce.

Domenica, infatti, l’incontro si è basato sul confronto poetico di otto partecipanti provenienti da tutta la Regione (Francesca Mazzoni, Milena Di Rubbo, Rodika Dutu, Pasquale Manganiello, Paolo Varricchio, Giovanna Salvo Rossi, Nancy Amato e Stella Iasiello),che attraverso tre sessioni alternate, con tre minuti a disposizione, hanno dovuto mettersi a nudo, sputare il rospo insomma, munendosi solo di “testo, corpo e parole”.

Con le luci basse, il silenzio nel locale, i poeti improvvisati hanno fatto collidere i molti modi di intendere e intendersi, trascinando nelle loro paure chi ne ha appreso la parola. Ecco lo spazio poetico di comunione: parole da condividere, da esprimere e da consumare.

Ma solo i primi tre classificati avrebbero potuto accedere alla fase regionale.

Di fatti al primo posto si è classificata con 65 voti Francesca Mazzoni con la poesia “Forse non siamo”; al secondo posto una trentenne rumena detenuta al carcere di Benevento, Rodika Dutu, che è arrivata a 62 voti con la poesia “Il rumore di quelle chiavi”. Ed infine Paolo Varricchio, che con 61 voti ha conquistato il terzo posto con “Reliquia”.

L’incontro a colpi di parole è stato scosso da emozioni tremule dal sapore di riscatto. Sebbene abbia anche dimostrato quanto sia fondamentale e necessario dare spazio alle voci della comunità nella comunità: sentirsi, vedersi e capirsi.

La finalità dello slam, al di là della sua spettacolarizzazione, dell’ansia della performance, il coraggio di mostrarsi e mostrare, non è tanto quello di esordire con parole che si accompagnano enfatiche, ma di lasciare una risonanza nell’uditorio che partecipa attivamente, una eco che sensibilizzi  all’apertura dell’altro, e sensibilizzarsi a chi ci è straniero.

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